MEXICO 5 – Chiapas

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     È il 25 luglio 2017 ed io sono appena arrivato a San Cristóbal de las Casas a bordo di un “combi” da otto posti dove stavamo schiacciati in dodici. Dopo due settimane nella giungla del Tabasco, mi sembra incredibile vedere degli edifici veri. Ho aiutato una vecchietta a portare la spesa a casa. La signora Martha ha ottantadue anni, ma è arzilla e decisa. Mi presenta la sua famiglia e mi fa fare il giro di una casa piccola e modesta. È orgogliosa di quello che ha e mentre sorseggiamo una zuppa di pomodoro mi racconta la sua storia. Si è trasferita nella capitale all’età di otto anni ed ha vissuto sulla strada per due anni, arrivando a dormire nei cassonetti dell’immondizia, prima di essere presa con sé da una donna e fatta “chamulita”. Questo è il nome con cui vengono universalmente riconosciute le bambine indigene che vivono nella periferia delle grandi città e sopravvivono vendendo degli oggettini ai più ricchi e ai turisti. Ce ne sono dappertutto ed io non posso fare a meno di fissarle incantato ogni volta che le incontro. Il giorno dopo, a lato di una via del centro, vedo due bambine che avranno a malapena cinque anni. Mi avvicino per chiedere come stanno, ma parlano solo tsotsil. Fisso stregato quegli occhi pieni di storie: hanno un quarto dei miei anni, ma sono certo che sanno molto più di me. Loro sono ciò che resta di quel mondo perduto, quel mondo che abbiamo devastato. Sono l’immagine dell’innocenza, della privazione di un’identità. Decido di comprare un braccialetto per 10 pesos, poi gliene consegno altri 20 di soppiatto e continuo sulla mia strada.

   San Cristóbal è magica. Ogni angolo della città sembra far traspirare un misto di tradizione indigena e coloniale che la rende unica. Qui il cuore indios batte fortissimo, lo si vede nei colori, nei mercati, nelle persone. Il primo giorno ho noleggiato una bici per qualche soldo e mi sono diretto verso il Comparte, un festival zapatista dove ho fatto la conoscenza di un sacco di persone interessanti, ascoltato musica e partecipato ad workshop di integrazione delle donne povere della zona. Il giorno dopo mi dirigo verso i villaggi indigeni di San Juan Chamula e Zinacantán. Qui una signora, con un bimbo avvolto in un fagottino sulla schiena, guida me e le due ragazze con cui viaggio, Viki e Andrea, nella sua casa. Lì ci mostra il telaio con cui lavora i tessuti e le galline che ha nel retro. Ci sono tantissimi bambini per strada, sono tutti scalzi, ci guardano incuriositi. Nella piazza centrale c’è una piccola chiesa: l’interno è scuro e brulica di candele. Qui si fanno ancora sacrifici animali in periodi di crisi; la gente del luogo crede che ciò attragga buona sorte. Il villaggio è in mezzo alle montagne verdi del Chiapas, la regione più povera, ma senza dubbio più ricca culturalmente del Messico. Qui si parlano circa venti delle sessantotto lingue officiali del paese e persino le etnie sono riconducibili a sette differenti gruppi. Per me, appassionato di linguistica e antropologia, ogni angolo è una meraviglia, ogni viso è una scoperta.

    Passo i seguenti tre giorni esplorando la zona secondo le mie possibilità, ma quando arriva il giorno della partenza sento di non sapere ancora nulla. Quando viaggio tento in ogni modo di penetrare gli scudi delle differenze, cerco di sentirmi meno turista e più etnografo, un etnografo affascinato, che ama le differenze e sente di avere molto da imparare. Questo non toglie che, agli occhi sorridenti di questi uomini, non sono altro che un sofisticato straniero, schiavo di un sistema di possibilità e conoscenza che a loro è superfluo.

    Sto pensando a questo mentre viaggio verso Palenque, un sito archeologico nella parte Est della regione, e ancor di più quando arrivo. Qui il turismo ha snaturato ogni cosa e penetra prepotente in un sostrato ancora impreparato per accoglierlo. Nel mio bus di linea sono circondato da americani ed europei, con i loro telefoni e i selfie-stick. Faccio appena in tempo ad apprezzare le rovine e scappo a tutta velocità dai negozi di souvenir e dai poveri messicani che vendono tacos a lato delle strade. La mia ultima tappa prima di andare in Guatemala è la Foresta Lacandona. Purtroppo, non posso permettermi gli alti costi per addentrarmi in essa, ma visito le cascate della zona e passo la notte ad Ocosingo, proprio ai margini della foresta. Lì sopravvive una delle comunità più a rischio in Messico. Rimangono meno di un centinaio di parlanti della lingua indigena che distingue questi uomini dalla pelle scura che si nascondono tra le fronde e le acque del fiume PIZ POZ. Le loro lunghe vesti bianche sembrano far parte di un altro universo, un universo che ha un colore verde intenso ed il suono dell’acqua che scorre. È mattino presto quando prendo il piccolo furgone che mi trasporterà al confine col Guatemala. Lì mi aspetterà una traversata veloce e, dopo aver ricevuto il mio visto provvisorio, altre cinque ore di viaggio per raggiungere la città di Flores alle porte della giungla.

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Italiani

 

Migranti

 

 

Italiani.
Preparano le valigie
con lo sguardo afflitto,
negli occhi la voglia di rivalsa,
la speranza, la malinconia.
L’abbandono non è altro
che un nuovo inizio, che cresce
come un germoglio, la rugiada.
Sono silenziosi, mentre aspettano
la nave, i vestiti neri laceri,
la polvere sulle mani.
Hanno sentito parlare dell’America,
lì c’è lavoro e i grattacieli sono
alti come montagne.
Lo zio Giovanni ora vive in Argentina,
lì si sta al fresco, la carne è buona.
Popolo di viaggiatori, casa è dove c’è
una tavola colma di farina, lievito,
pomodoro. Sorrisi, mani, dubbi.

 

Italiani.
Eccoli fuggire, con le loro convinzioni e
ambizioni, non hanno paura.
Fuggono da un paese di incertezze,
per trovarne delle altre.
Illusione è aspettarsi di trovare ciò che non c’è.
Ora, eccoli a vendere gelato tra le vie di Francoforte,
sui voli Ryanair a distribuire riviste,
nei ristoranti italiani di Londra.
Ho un amico a Sidney che lavora come cameriere,
dice che si guadagna di più
che un avvocato a Caltanissetta.
Lasciamo da parte la vecchia Italia, casa
è dove posso permettermi un I-Phone 8 senza rate,
mangiare al ristorante tre volte a settimana.
Le università italiane fanno schifo nei ranking.
Povertà.

Rotta Verso la Fine

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  Ricordo: quando avevo diciassette anni dissi al mio vecchio che volevo viaggiare. Non ne potevo più di quelle mattine infinite, di quel dondolio continuo. Mi sembrava di essere una di quelle navi in miniatura, intrappolato dentro una bottiglia, un messaggio segreto destinato a non raggiungere mai la riva. Quando la notte dormivamo al largo, io fissavo le carte da gioco illuminate dalla lampada a gas e mi sembrava di vedere nelle figure la forma di qualche isola, qualche continente. Nel mantello del re c’era l’America, nel bastone del cavallo il Madagascar. Grattai con una monetina da un paio di soldi l’impugnatura dell’asso di spade, perché ero convinto che sotto ci fosse la Nuova Zelanda.

   “Io me ne vado a Timbuktu” dissi al mio vecchio con lo zaino in spalla e nella tasca i risparmi tintinnanti di dieci anni. Lui mi assestò un ceffone diretto sulle labbra e si sedette a fumare la pipa.

   Inutile dire che non andai proprio da nessuna parte. Al contrario crebbi burbero e scontento, e man mano che crescevo mi rendevo sempre più conto di quanto gli assomigliassi. Qualche anno prima della sua morte comprammo una barca nuova, con cui potevamo fare quasi il doppio della pesca: il mio destino era segnato. In pratica non scelsi nemmeno, non c’è alcuna scelta. Semplicemente succede.

   Voi parlate bene, perché avete scelto. Siete voi a dire cosa pensate, a scendere in piazza e gridare libertà. A dire che questo non vi va bene, che volete quell’altro. Voi sapete leggere e spiegarvi, a voi è stata data la possibilità di vedere ciò che i più ignorano. La vita, invece, semplicemente succede.

   Quanto a ciò che è disumano, non siete voi a tutelare i diritti dei gay, negri, terroni, golfisti? Togliti quel velo, araba! Non siete voi a fare le sfilate in piazza per abolire la caccia alle volpi? Povere piccole innocenti. Stiamo commettendo un’atrocità! Aprite gli occhi! All’evento di oggi abbiamo il piacere di ospitare il signor presidente e il Papa pure. Sono venuti in aereo. Ascoltate: è disumano uccidere un umano, è umano uccidere tutto il resto. Umano è bene, umano è normale, umano è accettabile. Assassini di un pianeta innocente, fuori dal flow, fuori dai giochi. Siete al posto di comando di quella baleniera, stronzi. State facendo rotta verso la fine.

   Ed ora basta con le chiacchiere. Conosco un messicano che fa dei tacos di manzo fenomenali. Pontefice, per lei stasera la cuoca ha preparato anitra alla cacciatora tagliata a pezzi con brodo di vino bianco.

Transdimensional Troi

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Be Everything

I always feel like I have no time.
I wanna be here and there,
wanna be there and there too.

Mi chiedo
come se non avessi il diritto di essere
semplicemente nulla,
quando troverò la pace.

Un rincón de paz
en el que sentirme en casa
en el que ser algo.

Because in this life I wanna be everything.
I wanna be the flower,
The tree
The deer
The Native American
The Inuit.
I’ve always thought it would be cool
to grow up in New York, walk through those
skyscrapers on the way to school.

Jag ville leva på medeltiden
eller bli en musiker
och turné runt om i världen.

Um papagaio, para poder voar.
Um astronauta, para ver a terra da cima.
Ou talvez um papagaio, para poder voar.

Son sempre drío a domandame
che che ó da fa
par no deventà un de chei mat che ‘ndea ‘n giro
co ‘ndee a scola.
Che po, fursi, no i era nianca tant mat
co le la fin.

Percibo una atracción por cualquier criatura
como si estuviera conectado con ellas.
A kind of flow among bodies.
And when I feel it, I’m not myself anymore
I’m like a fluid, which slips from being to being.

Blod, harts, vatten, tårar, olja.
Och den här tiden
som verkar aldrig vara tillräckligt.

Chiedetemi di uscire, cazzo!
Dirò sempre di sì.
Chiedetemi di esser parte della vostra vita,
di saperne di più sulle balenottere azzurre,
sul perché mai Seneca credeva che:
“Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est”.

Eu AMO o vento.

 

Agort

My mind has the shape of a mountain,
ai suoi piedi mi sento protetto,
desde su cima puedo ver el mundo.
E o sorriso do seu povo
är som blomman i sitt gräs.
No se pol spiegaghelo a chi che no vet.

 

Arrancame el corazón

Arrancame el corazón
hasta que no pueda más.
No! Ti prego, non andare!
Que si me dejas solo,
la oscuridad me envuelve.

Jävlar! Como pode, o meu corpo,
suportar a saudade.

Peaks, tops, waterfalls of tears.
Makes me think about my childhood
and how I use this time, which I’ve been given.
I wonder if seeking that happiness will
cure the pain. Perché le rose più belle,
non sono quelle che non appassiscono mai.

Arrancame el corazón
como si no tuvieras otra elección.
No! Ti prego, non mi lasciare!
Que hay rutas para caminar,
juntos.

Helvete! Kom och ta mig! Kom!
Eu não me oponho.

Days, months, years, waterfalls of tears.
Cause in the end, what is this, if not a contrived way
of pursuing happiness?
Ingen kommer att hjälpa mig, för skogen är mörk
och alla är i fara.
Alla? De? Vi?

Arrancame el corazón
con tus garras de tigre.
Si! Strappa, lacera, sbrana!
Que cualquier cosa necesites,
siempre puedes volver atrás.

Primavera.

Poesie di Città

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Sono Diversi i Tuoi Occhi

Sono diversi i tuoi occhi
su cui il mio sguardo è perso ormai da ore.

Uno sembra felice
ed ha un colore
simile al rosso, c’è un po’ di giallo,
c’è un po’ di marrone.
Sembra sereno, posato, soddisfatto
ed in mezzo alla pupilla
luccica
una luce lenta, labile, fioca.

Uno sembra triste, malinconico,
trasmette insoddisfazione.
Sembra che mentre mi guarda implori pietà,
cerchi una via di fuga, dalla realtà.
Ha sfumature grigie e blu profondo, un pizzico di nero.

Uno ride, l’altro piange.
Uno mostra la tua luce, l’altro cela il tuo buio.
E mentre, scricchiolando,
arde piano il fuoco dentro il primo,
nel secondo imperversa la tempesta,
di più
di più
fino alla pazzia.
Si allunga e si contorce
si espande ed involve: mi guarda severo.

Io, dal mio canto, disegno una linea perfetta
che passa proprio in mezzo alla tua fronte
scende per il naso
e divide la bocca.
Ora ho due persone diverse di fronte,
ora capisco come il continuo oscillare
tra zigomo e zigomo
descriva perfettamente

tutto
tranne ciò che di te più mi interessa.

Giovinezza

Fisso
stregato
i nostri sguardi di speranza
i nostri occhi giovani.
Tutto da plasmare.

E mi chiedo
se tra vent’anni, quando
vi incrocerò sulla mia strada,
avremo ancora quella luce
dentro di noi, che brilla
e brilla,
e brilla.

 

Un Colore Diverso

Oggi sto cercando un colore diverso,
per dipingere le pareti della mia vita.
È un colore particolare
non è questo
non è quello,
è una via di mezzo,
ma ci si allontana completamente.

È più luminoso, più acceso,
è più scuro, meno sgargiante;
è sicuramente tra quei colori lì,
ma non riesco a vederlo.

C’è, sono sicuro che c’è, l’ho visto
di sfuggita al mercato,
quando ero al mare e in montagna,
l’ho sognato stanotte.
E mi dà un po’ di rabbia, perché se solo ricordassi
che colore fosse, forse potrei iniziare
a dipingere.
E invece resto fermo, ad aspettare, a chiedermi
se fosse solo un miraggio.

Oggi voglio quel colore nella mia vita,
non un altro… quel colore.

 

MEXICO 4: Il Sentiero nella Giungla

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Tabasco 13/07/2017

     Mi avventuro nella giungla, senza sapere né che ore siano, né quando tornerò. Ho con me una bottiglia d’acqua e un paio di crox gialle alla WildFrank. Non passa molto da quando lascio il villaggio, che a lato del sentiero vedo comparire una capanna di palme e bambù. Disteso sull’amaca a grattarsi le punture di zanzara c’è Don Guillermo, il piccolo sombrero giace a terra al suo fianco. Mi dice che da lì in avanti inizia Agua Selva. Se quando torno non sarà sull’amaca lo potrò trovare al villaggio. Gli chiedo se per caso ha dello spray antizanzare, lui sorride e dice che tanto non mi servirebbe a nulla.

Il sentiero prosegue a lato del torrente, liane e felci intorno a me, mi fermo a cogliere una guayaba da un albero. Due farfalle giganti mi passano a fianco, una è gialla e nera, l’altra nera e verde, mi fanno strada. Nell’aria pesante arrivo al ponte mobile e mentre lo attraverso cerco di non guardare giù. Ecco la carrucola. La evito, voglio arrivare alle cascate, e da qui il sentiero si inerpica sul torrente. L’acqua ha creato grandi vasche e cascatelle che levigano la roccia. Colori e suoni si mischiano in un angolo d’Eden. Io decido di spogliarmi. Mi immergo: l’acqua è tiepida e per lunghi attimi sembra che il tempo non ci sia. Sono seduto, guardo la mia pelle confondersi sotto la superficie. Sono disteso, guardo le fronde degli alberi, mentre l’acqua mi scivola sul corpo. Sono solo. Sono acqua.

Starei qui per sempre, ma mi sono ripromesso di arrivare alla cascata, mi rinfilo i pantaloncini in fretta e vado avanti. Passa quasi un’ora prima che da lontano cominci a sentirne il rumore. Poi eccola all’improvviso: 80 metri di caduta libera, sono stregato. Mi fermo in compagnia della Reina per qualche istante, che succede se proseguo? Da lì il sentiero si fa incerto, ogni minuto che passa sono più immerso, la selva è più fitta e scura all’ombra della montagna. Qui cresce il bambù e i mosconi mi ronzano intorno alle orecchie con un suono insistente. Sono ricoperto di punture.

Sento un tuono. Qualcosa mi dice che non dovrei essere qui e a malincuore devo fare dietrofront. Qui coi temporali non si scherza e, mentre torno, l’acqua sta già cadendo a fiotti. Quando arrivo all’uscita del sentiero, gronda acqua da ogni cosa, alla prima casa in lontananza vedo i bimbi del villaggio correre nudi sotto la pioggia.

Malpasito, 200 abitanti, età media 15 anni, è nascosta tra le fronde e l’acqua. Corro con le ultime forze e trovo riparo nell’unico negozio del villaggio. Diluvia, non c’è modo di tornare alla capanna ora, aspetterò qui. La signora al bancone ha delle patatine allo Jalapeño squisite, mi siedo a guardare la pioggia.

MEXICO 3: Metropoli e villaggi

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      La mattina del 6 luglio 2017 apro gli occhi in una camera di lusso all’ottavo piano di un palazzo nel centro di Guadalajara. La città è immensa e guardando fuori dal finestrone della mia camera, penso al viaggio sgangherato del giorno prima, in un bus collettivo attraverso la sierra messicana. Il mio amico Stephen ha preso un appartamento con Air BnB, noleggiato una macchina e pagato per tutto. Rivederlo dopo tanto tempo è semplicemente incredibile. Con lui e i suoi due amici passo tre giorni stupendi, visitiamo il centro e la periferia della seconda città più grande del Messico e facciamo una gita al sito archeologico di Teuchitlán. La serenità è a livelli inimmaginabili, mentre ridiamo e ci abbuffiamo di tacos, frutta e schifezze di ogni tipo.

      Viene presto il giorno della mia partenza ed eccomi in direzione Ciudad de Mexico, dodici milioni di abitanti, capitale del Messico e centro più importante di tutto il Centro America. Ad aspettarmi c’è Rodrigo, un amico che ho conosciuto a Sayulita e che mi ospiterà per ben una settimana. La città è sicuramente affascinante, ma mi lascia allo stesso tempo con molti dubbi. Qui la disuguaglianza sociale è a livelli altissimi, ci sono persone che hanno tutto e persone che non hanno niente. Il terzo giorno della mia permanenza prendiamo un bus per la cittadina di Tepoztlán, secondo la leggenda terra materna del dio Quetzalcoatl, dove Rodrigo ha una casa. Qui visitiamo il mercato coloratissimo e pieno di cose che non ho mai visto, come ad esempio i Chapulines, piccoli grilli da mangiare croccanti. Intraprendiamo anche l’ascesa al Tepozteco, un antichissimo tempio Azteco che troneggia sul monte sopra Tepoztlán. Qui vivo momenti mozzafiato, c’è un profumo diverso nell’aria, forse quello che non era riuscito a sentire nella capitale, e mentre mi siedo a disegnare un giardino surrealista sul retro di un monastero, penso a cosa mi aspetta poi.

       Dal Tabasco ho ricevuto risposte per un lavoro nella giungla, preparo lo zaino e il 12 luglio salto su un bus di più di 16 ore, destinazione Tuxtla Gutiérrez. Qui riesco ad attaccarmi ad una comitiva e visitare un canyon spettacolare non lontano dalla città, quasi a gratis. Sono le 5 quando parto dalla stazione per una destinazione sconosciuta. La città è stata appena colpita da un temporale di stagione e le strade sono completamente allagate. Il mio bus si blocca un paio di volte, fino a quando riusciamo a prendere una strada sterrata che porta fino al confine col Tabasco. Io chiedo all’autista se sa di un paesino chiamato Malpasito e mi dice che lo ha sentito nominare, ma non ha idea di come arrivarci. Mi consiglia di scendere ad un benzinaio dove inizia la statale e lì chiedo altre informazioni. Mi viene indicata la strada per il paese, ma dopo una mezz’ora di camminata nella foresta ancora non vedo segni di vita. Il sole sta quasi per tramontare ed io, intimorito, comincio a chiedermi dove diavolo mi stia cacciando.

       Ecco che la giungla si fa un po’ più rada e compaiono le prime case del paesino. Ci sono bambini che giocano a palla sulla strada sterrata e donne scalze che mi fissano. Proseguo tra un mare di sguardi fino all’unico esercizio commerciale del paese e lì chiedo informazioni su Don Guillermo, come mi era stato detto di fare. Con un misto di curiosità e diffidenza mi viene indicata la strada e così arrivo, quando è ormai buio, al limite del paesino, che non conta più di duecento anime, dove un cartello indica “Agua Selva”. Spingo un cancello di legno ed entro in un recinto pieno di galline, tacchini e quaglie. C’è una scimmia chiusa in una gabbia di legno. Allunga la mano per cercare di toccarmi, ma in quel momento una voce mi chiama da dietro.

     Un uomo basso e magro, con una canottiera arancione mi sta fissando con fare inquisitorio. Don Guillermo non parla molto, risponde alle mie domande con un sì o un no, mi apre la casa. La stanza dove vivrò è in una capanna adibita agli ospiti di Agua Selva: c’è una veranda, ampia, con un’amaca posta a invito; le pareti sono colorate e vicino alla porta è dipinta una grande mappa in stile Peter Pan che descrive la selva e ciò che ci può trovare.

     Io continuo a preoccuparmi di cosa devo fare, ma l’unica preoccupazione di Don Guillermo sembra essere che io sia a mio agio. Mi dice anche che è meglio non allontanarmi dalla casa dopo le 8 di sera. Io non obietto.
La notte è lunghissima, il caldo è pesante e umido e le zanzare sembrano essere un esercito nell’oscurità. Quando il sole sorge tiro un sospiro di sollievo. Esco sulla veranda, fuori c’è il sole. Una bambina mi sta fissando incuriosita con un piatto di frijoles (fagioli) in mano. Me li porta e dice che quella è la mia colazione. Ogni cinque minuti torna di soppiatto a spiarmi.

      Quando ho finito di mangiare mi dice di raggiungere Don Guillermo ad Agua Selva. Lì, dieci anni fa, ha costruito da solo una serie di sentieri nella giungla, che ora corrono a lato del torrente e portano alle cascate nascoste. Nelle successive settimane riesco a calcolare che con la mole di visitatori che arrivano al villaggio Don Guillermo non arriverà a guadagnare più di 2000 pesos alla settimana, un equivalente di 400 euro al mese. Con quelli, qualche gallina, e forse qualche buona amicizia, manda avanti una famiglia di otto persone, più la nonna. Un giorno chiedo al figlio più grande se sappia dov’è la Spagna. Mi risponde che forse è dopo il Guatemala, alla fine della statale, dopo il villaggio di Herradura.