Bruma

Poetare.
Svegliarsi la mattina
ed andare a camminare,
dipendendo dal tempo,
dalla pioggia, dal vento.
Aggiungere una legna al fuoco,
dar da mangiare agli animali.
Poi scendere, piantare qualcosa,
raccogliere una rosa
dar da mangiare allo spirito
distesi su una madia o
sognando la seta.
L’uomo è contadino e poeta.

Rugiada rinacque cadendo
un’unione con la terra
una fusione a patto,
ratto è il destino delle gocciole.
Quando la nebbia è vorace
appare anche premurosa
e si preoccupa di quelli
che camminano quaggiù.

Avvolge, non sconvolge,
con la consapevolezza
di una mamma.
Inganna:
l’essere di carne
e il pensare d’etere,
della medesima sostanza
che invade le valli nel vento
e che chiamiamo polline,
ma che è in realtà vita.

Qualche rudere e
la sensazione di freddo sulla pelle
mi hanno fatto capire che
ho abbastanza.
Ora puoi venire
bruma.

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Le Ragazze di Paese

Le ragazze di paese
sono tenere nei loro sorrisi.
Stelle alpine
mentre chinano il capo
al ritorno da scuola.
Ogni cosa è una scoperta.

L’innocenza che conservano
riempie di luce i confini
del loro piccolo mondo.

Ti guardano curiose, speranzose,
ignorando di essere
gli unici fiori
che ancora nascondono gemme.

Mi innamorerò anch’io, un giorno
di una ragazza di paese.

 

La Fin de l’Istà

Agort encoi le compagn a ‘n toc de zel
co ‘l sol el se sfreda a la fin de l’istà
e no le nianca tant difizil par mi catà ‘l bel
se ciape la cariega e scomenzie a pensà.

I odor, i color
che i me mena indrìo
a co ere ‘n bodat
che fea salt dintorn al foc
e ignoree che se podese
ese contenti anca con poc.

Son vegnest su pian
come che fa i faghèr
staion drio staion
‘n anel de pi, ‘n anel de pi.
Se no avese snusà chei fior
ades sarìe de fer.

Co me desnudee ‘nte ‘l bosch
e le frasche e le mughe
le se domandea se ere mat
aldidencoi ancora ghe dughe.
Sone mat par davera?
Co me pense ‘nte ‘l let
de la val de San Lugan
de la galaverna e ‘l daù.
Quante che i me n’à contade
quante che me n’ò liedeste
me poiee dò sul cuert
e scoltee la piova.

Se no fuse de Agort
no sarìe fat de nia.

Le valch inte sta val
che me cen sempre chiet
che me polsa i pensier
anca cande che fa fret.

Che Meraviglia

 

Che meraviglia
i tuoi occhi neri
grandi e tondi
la tua pelle d’ebano
il tuo profumo d’erba.
Percussioni.
Gli avori e l’oro
che pendono dalle tue orecchie.
I tuoi capelli fitti,
impenetrabili, come il tuo spirito.
Mi guardi seria,
orgogliosa.

I tuoi capelli biondi sono
come il platino, la tua pelle
chiara, morbida,
le tue lentiggini accennate.
Sai di gelo, di pellicce
sai del colore dell’aurora.
Ti prego, non addormentarti,
lasciami osservare ancora un po’
i tuoi occhi azzurri
il cielo che si perde
in quelle montagne di ghiaccio.

Vieni, mostrami la via
attraverso la foresta.
La tua pelle rossa, i tuoi capelli
lisci. I piedi nudi,
gli occhi d’ambra.
Tu conosci il cammino nella giungla,
le piume della tua corona
profumano di frutta.

Mostrami la via per le montagne, il tempio
nascosto, dove hai rinchiuso
la tua voce.
I tuoi occhi si dischiudono appena
come il guscio di una mandorla.
Suoni di corni di giganti, la tua pelle chiara,
il tuo vestito lungo.
Guidami tra i ciliegi in fiore,
fino alle sponde del Gange.

Che meraviglia la tua pelle cangiante,
che racchiude in sé ogni angolo del mondo.
Vorrei baciarti, ma non posso.
Tu appartieni a un altro luogo.
Non posso turbare quella perfezione
inimitabile, intoccabile, infinita.
Tu sei acqua, sei terra, sei l’origine della vita.

 

Il Gigante e le Nuvole

Guardo queste nuvole, disteso sul prato,
e penso che forse
questa è la condizione in cui siamo nati.
Tutto ha un senso all’improvviso,
tutto prende forma,
come fanno queste nuvole:
si mischiano e si dividono, scompaiono.
Vorrei che i miei simili fossero aria
allora forse ci uniremmo
e non ci lasceremmo andare
e non esisterebbe più il concetto di distanza

Ci dev’essere qualche gigante
che le soffia, queste nuvole,
perché si muovono veloci,
vorrei poterle osservare qualche secondo di più.
Il gigante stringe il suo corno d’osso
e soffia e crea.
Dice che il senso della sua vita è creare,
che ogni cosa a cui dà forma è in viaggio
come la luce delle stelle:
anche quando esse si spengono
la loro scia è ancora per strada
e chissà dove arriverà.

Creare, plasmare, inventare.
Prendere i pezzi e metterli assieme,
creare i pezzi.
Dare forma
a qualcosa di bello.
Come un gigante soffio fuori queste nuvole.

 

MEXICO 5 – Chiapas

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     È il 25 luglio 2017 ed io sono appena arrivato a San Cristóbal de las Casas a bordo di un “combi” da otto posti dove stavamo schiacciati in dodici. Dopo due settimane nella giungla del Tabasco, mi sembra incredibile vedere degli edifici veri. Ho aiutato una vecchietta a portare la spesa a casa. La signora Martha ha ottantadue anni, ma è arzilla e decisa. Mi presenta la sua famiglia e mi fa fare il giro di una casa piccola e modesta. È orgogliosa di quello che ha e mentre sorseggiamo una zuppa di pomodoro mi racconta la sua storia. Si è trasferita nella capitale all’età di otto anni ed ha vissuto sulla strada per due anni, arrivando a dormire nei cassonetti dell’immondizia, prima di essere presa con sé da una donna e fatta “chamulita”. Questo è il nome con cui vengono universalmente riconosciute le bambine indigene che vivono nella periferia delle grandi città e sopravvivono vendendo degli oggettini ai più ricchi e ai turisti. Ce ne sono dappertutto ed io non posso fare a meno di fissarle incantato ogni volta che le incontro. Il giorno dopo, a lato di una via del centro, vedo due bambine che avranno a malapena cinque anni. Mi avvicino per chiedere come stanno, ma parlano solo tsotsil. Fisso stregato quegli occhi pieni di storie: hanno un quarto dei miei anni, ma sono certo che sanno molto più di me. Loro sono ciò che resta di quel mondo perduto, quel mondo che abbiamo devastato. Sono l’immagine dell’innocenza, della privazione di un’identità. Decido di comprare un braccialetto per 10 pesos, poi gliene consegno altri 20 di soppiatto e continuo sulla mia strada.

   San Cristóbal è magica. Ogni angolo della città sembra far traspirare un misto di tradizione indigena e coloniale che la rende unica. Qui il cuore indios batte fortissimo, lo si vede nei colori, nei mercati, nelle persone. Il primo giorno ho noleggiato una bici per qualche soldo e mi sono diretto verso il Comparte, un festival zapatista dove ho fatto la conoscenza di un sacco di persone interessanti, ascoltato musica e partecipato ad workshop di integrazione delle donne povere della zona. Il giorno dopo mi dirigo verso i villaggi indigeni di San Juan Chamula e Zinacantán. Qui una signora, con un bimbo avvolto in un fagottino sulla schiena, guida me e le due ragazze con cui viaggio, Viki e Andrea, nella sua casa. Lì ci mostra il telaio con cui lavora i tessuti e le galline che ha nel retro. Ci sono tantissimi bambini per strada, sono tutti scalzi, ci guardano incuriositi. Nella piazza centrale c’è una piccola chiesa: l’interno è scuro e brulica di candele. Qui si fanno ancora sacrifici animali in periodi di crisi; la gente del luogo crede che ciò attragga buona sorte. Il villaggio è in mezzo alle montagne verdi del Chiapas, la regione più povera, ma senza dubbio più ricca culturalmente del Messico. Qui si parlano circa venti delle sessantotto lingue officiali del paese e persino le etnie sono riconducibili a sette differenti gruppi. Per me, appassionato di linguistica e antropologia, ogni angolo è una meraviglia, ogni viso è una scoperta.

    Passo i seguenti tre giorni esplorando la zona secondo le mie possibilità, ma quando arriva il giorno della partenza sento di non sapere ancora nulla. Quando viaggio tento in ogni modo di penetrare gli scudi delle differenze, cerco di sentirmi meno turista e più etnografo, un etnografo affascinato, che ama le differenze e sente di avere molto da imparare. Questo non toglie che, agli occhi sorridenti di questi uomini, non sono altro che un sofisticato straniero, schiavo di un sistema di possibilità e conoscenza che a loro è superfluo.

    Sto pensando a questo mentre viaggio verso Palenque, un sito archeologico nella parte Est della regione, e ancor di più quando arrivo. Qui il turismo ha snaturato ogni cosa e penetra prepotente in un sostrato ancora impreparato per accoglierlo. Nel mio bus di linea sono circondato da americani ed europei, con i loro telefoni e i selfie-stick. Faccio appena in tempo ad apprezzare le rovine e scappo a tutta velocità dai negozi di souvenir e dai poveri messicani che vendono tacos a lato delle strade. La mia ultima tappa prima di andare in Guatemala è la Foresta Lacandona. Purtroppo, non posso permettermi gli alti costi per addentrarmi in essa, ma visito le cascate della zona e passo la notte ad Ocosingo, proprio ai margini della foresta. Lì sopravvive una delle comunità più a rischio in Messico. Rimangono meno di un centinaio di parlanti della lingua indigena che distingue questi uomini dalla pelle scura che si nascondono tra le fronde e le acque del fiume PIZ POZ. Le loro lunghe vesti bianche sembrano far parte di un altro universo, un universo che ha un colore verde intenso ed il suono dell’acqua che scorre. È mattino presto quando prendo il piccolo furgone che mi trasporterà al confine col Guatemala. Lì mi aspetterà una traversata veloce e, dopo aver ricevuto il mio visto provvisorio, altre cinque ore di viaggio per raggiungere la città di Flores alle porte della giungla.

Italiani

 

Migranti

 

 

Italiani.
Preparano le valigie
con lo sguardo afflitto,
negli occhi la voglia di rivalsa,
la speranza, la malinconia.
L’abbandono non è altro
che un nuovo inizio, che cresce
come un germoglio, la rugiada.
Sono silenziosi, mentre aspettano
la nave, i vestiti neri laceri,
la polvere sulle mani.
Hanno sentito parlare dell’America,
lì c’è lavoro e i grattacieli sono
alti come montagne.
Lo zio Giovanni ora vive in Argentina,
lì si sta al fresco, la carne è buona.
Popolo di viaggiatori, casa è dove c’è
una tavola colma di farina, lievito,
pomodoro. Sorrisi, mani, dubbi.

 

Italiani.
Eccoli fuggire, con le loro convinzioni e
ambizioni, non hanno paura.
Fuggono da un paese di incertezze,
per trovarne delle altre.
Illusione è aspettarsi di trovare ciò che non c’è.
Ora, eccoli a vendere gelato tra le vie di Francoforte,
sui voli Ryanair a distribuire riviste,
nei ristoranti italiani di Londra.
Ho un amico a Sidney che lavora come cameriere,
dice che si guadagna di più
che un avvocato a Caltanissetta.
Lasciamo da parte la vecchia Italia, casa
è dove posso permettermi un I-Phone 8 senza rate,
mangiare al ristorante tre volte a settimana.
Le università italiane fanno schifo nei ranking.
Povertà.